Introduzione al manifesto
Cominciamo ad immergerci discutendo e trovando una soluzione al termine “velocità”. Dal latino velocĭtas -atis, derivazione di velox -ocis «veloce», indica la rapidità di movimento di un corpo in una qualsivoglia azione oppure opera, determinata nello spazio al fine del suo compimento. Nel mondo informatico, tale termine si può trovare affiancato a parole come “elaborazione” oppure “di calcolo” ed indica il numero di operazioni al secondo che un sistema di calcolo è in grado di effettuare. L’unità di misura, se per una nostra autovettura è in chilometri all’ora, per un computer si misura in FLOPS (acronimo di FLoating point Operations Per Second) e nei suoi conseguenti multipli.
Ad onor di cronaca, attualmente l’elaboratore informatico più veloce in funzione si chiama Aurora e si trova nelle mani del laboratorio di ricerca governativo in Illinois. Esso raggiunge e supera la velocità denominata exaFLOPS che, tradotta in termini matematici tendenzialmente più digeribili, risulta essere più di 10(18). Velocità impressionanti.
Ma per comprendere al meglio quanto la rivoluzione digitale percorra la sua strada evolutiva umanoide ad un ritmo incredibilmente rapido, serve ricordare il primo elaboratore informatico che in qualche maniera ha superato significativamente una velocità di elaborazione di rilievo. Esso si colloca nella linea del tempo nei primissimi anni ’60 e il suo nome è IBM 7030 Stretch, con un risultato poco sopra un megaFLOPS ovvero 10(6). In meno di 60 anni la velocità è più che raddoppiata, senza che il mondo se ne accorgesse più di tanto. Lo diamo ormai per scontato. Niente di più falso. Cominciamo a scendere verso il profondo nero della negazione radicale.
L’esperienza è un valore fondante per la mutazione ed evoluzione antropologica dell’umanità, tanto che viene sviluppata ed alterata in diversi campi di ricerca, cambiando sì denominazione in parole come analisi, sviluppo o sintesi, ma senza mai perdere la sua centralità nella linea spazio-temporale umana. Mi spiego. Gli antichi greci, a cui piaceva complicare le cose (per fortuna di tuttǝ noi n.d.a.), utilizzavano tre differenti termini per descrivere il concetto di tempo. Il Chronos indicava il tempo in termini prettamente quantitativi, ergo come lo scorrere dei minuti, e possiamo quindi dire che risponde a domande come: “Quanto tempo ci metti?”. Aiòn, che indica in greco “la forza vitale”, rappresenta invece la durata intera della vita, vista nella sua magnifica quanto liquida imprevedibilità, tanto da trovare tale terminologia greca associata anche alla parola corrente italiana “eternità”. Essa potrebbe quindi tentare di rispondere a domande come: “Che fine faranno le mie azioni nel tempo?”. Infine, per ultimo ma non meno importante nella nostra analisi, troviamo il Kairos, ovvero la natura qualitativa e quindi soggettiva, indeterminata e indefinita del tempo stesso. Esso può essere collocato in risposta a domande come: “Come mai il tempo passa più velocemente quando siamo in uno status di benessere rispetto alla situazione opposta?”.
Delineato il nostro ring per la nostra rissa d’analisi, dobbiamo però focalizzarci sul secondo fattore che determina il concetto di velocità, ovvero lo spazio. Col termine “spazio” la maggior parte dei filosofi antichi, medievali, rinascimentali e contemporanei è oggettivamente andata in crisi. Se da una parte possiamo intendere, genericamente, lo spazio come un luogo preciso in cui elementi tangibili vengono collocati, ergo inteso come qualità relativa alla posizione degli oggetti materiali nel mondo, dall’altra parte possiamo intenderlo come una sorta di gigantesco contenitore del “tutto”, senza quindi una vera collocazione determinata ma come inizio del tutto e fine del non-tutto.
Pur determinando tale fumoso termine in due contraddistinte visioni ed esperienze, il concetto di spazio non trova riferimenti specifici nella filosofia greca. Anche se lo si può estrapolare in maniera chiara dalle teorie aritmo-geometriche di Pitagora e di altri presocratici, come con Talete nelle sue affascinanti e primordiali scoperte geometriche. Il dubbio però assale i pitagorici quando espongono il non-tutto delimitando lo stesso nel concetto di vuoto, in greco κενόν, come entità che circonda tutti i soggetti reali.
La rissa del pensiero però si fa intensa quando Parmenide (figura centrale del pensiero statico ed immutabile della realtà e della natura), esprimendo il suo dissenso, colloca il vuoto come la negazione del pieno rifugiandosi nella sua tanto famosa quanto prodigiosa frase “ciò che non è”, escludendolo de facto dalla realtà. Una delle prime negazioni radicali agli albori del pensiero filosofico. Affascinante. Un colpo “da maestro” che ci serve da ancora del pensiero per non perderci in questo flusso negazionista è sicuramente quello di Aristotele. Esso comincia col determinare che “il movimento esiste grazie al tempo” allo status di partenza e di arrivo, sia fisico che psicologico, frazionando così il tempo fra punto A fino al punto B in “istanti”. Istanti che sono per stessa natura di ragionamento “numerabili”, “contabili”. Quanta analogia con la rivoluzione digitale. Parafrasando nella tematica di questo trattato possiamo quindi enunciare che la qualità della velocità aumenta al calare dei tempi intermedi, portando così ad un minore sforzo di elaborazione e ad un minor “tempo” percorso da status A allo status B.
I processori, l’elaborazione di calcolo. L’intelligenza umana resta agganciata ad un mondo esperienziale che ha un coefficiente di accelerazione (e quindi con più “istanti” intermedi) che rispecchia in pieno l’ánthropos, inteso come essere, e si contrappone in maniera radicale a quello informatico, inteso come non-essere. In questa altalena di contraddizioni ci troviamo ergo in una posizione contrapposta al concetto di velocità inteso dalla stessa rivoluzione digitale che altresì soverchia, ribalta un’altra parola, un’altra ancora fondamentale per la nostra vita e creatività: l’esperienza. Essa, intesa come conoscenza acquisita dal diretto contatto con un determinato settore del “reale” e che ha, per sua stessa fase di sviluppo, necessità di numerosi se non infiniti “istanti” intermedi d’analisi, si schianta contro l’imperiosa ed elaboriosa velocità senza “istanti” della tecnologia e della sua elaborazione iniziale, in progresso e in conclusione.
Facciamo degli esempi pratici per passare ad un livello inferiore della nostra negazione radicale. Se un essere vivente nasce, cresce e termina il suo ciclo vitale in un determinato tempo e con un determinato numero di istanti intermedi che rafforzano la coscienza analitica, scientifica, creativa e molto altro ancora. Creatività. Cosa c’è di più ricco di istanti se non la creatività? Enorme tempesta d’informazioni e di input (per usare un termine informatico n.d.a.) che vanno elaborati fuori dalle logiche delle “risorse” temporali e che nasce e si sviluppa con un fatalismo che ha del tragicomico. Frasi del tipo “Era il momento sbagliato, con l’idea giusta!” e simili non fanno nient’altro che portarci ad una sincera ed umanoide analisi: l’essere vivente inteso come essere dotato di creatività infinita è spaghettificato come entità fra due potenti forze gravitazionali: quella della velocità per esperienza e quella per risultato ed efficacia.
Allora una tesi “Sulla storia del Design” può essere redatta da un’intelligenza artificiale incrociando in pochi millisecondi tutte le fonti del digitale, incrociando così un “pensiero collettivo” generato da stessi umanoidi per le macchine: il tecnoumanesimo che io considero fra i crimini più grandi contro l’umanità. Se per me l’esperienza, come concetto poc’anzi narrato, è la diretta conoscenza acquisita dal contatto diretto con un settore del reale, quanto può essere reale quella tesi iscritta con velocità disarmante e con nessun istante intermedio (almeno percepito da noi n.d.a.) che pone la realtà contro una verità velocemente fredda? Non nego che tali documentazioni ed analisi autogenerate da sistemi informatici siano di interessante studio ma (e mi rivendico questo “ma” n.d.a.) non è per noi, non siamo noi. Giocano a fare Dio, per avere il controllo delle nostre meravigliose ed uniche “debolezze”. Debolezze, per loro. Nuova forza, vendibile, per le aziende del settore.
Dopo aver analizzato l’ultimo elemento per la nostra rissa del pensiero, torniamo sul ring e troviamo quindi al primo angolo la velocità intesa come arma di elaborazione anti-umanoide nel mondo informatico, nata però come puro coefficiente di moto a luogo sia creativo sia fisico sia metafisico. In un secondo angolo l’esperienza che si contrappone ad essa per sua stessa natura, portando così ad un primo campo gravitazionale antagonista al primo. In un terzo abbiamo lo spazio, luogo prima bidimensionale ed ora concepito come tridimensionale che risulta essere parte del tutto in antitesi col non-tutto. Nel quarto ed ultimo invece troviamo il tempo, come elemento condiviso per calcolare la velocità di trasformazione e l’evoluzione di una materia, di un’idea, di un’opera, di un pensiero.
Il ring è pronto.
T = Tempo;
V = Velocità;
E = Esperienza;
S = Spazio.

Fig. 1 Premessa
Eccoci finalmente insieme su questo ring pronti allo “scontro”. Noi ci troviamo al centro di una forma geometrica primitiva di natura sostanzialmente equa per forza attrattiva rispetto agli angoli. Ognuno degli stessi fulcri gravitazionali crea e mantiene l’io in una posizione esistente e stabile. Tale status proposto in questo piccolo schema è da considerarsi però iniziale ed impossibile per sua stessa natura dato che, se esiste il reale, è per un’analisi ed un’osservazione pregressa che per antropologica natura contempla il non-reale, e lo stesso “inesistente” non è stabilizzabile in qualsivoglia schema tecnico-scientifico. Il bello e il brutto dell’analisi. Cominciamo ora, mediante la nostra scelta arbitraria e contemplando sempre l’incognita “non-reale”, a muovere almeno qualche punto di questo asset per analizzare insieme il risultato.

Fig. 2 Tempo e velocità
Spostiamo i primi punti verso il centro, tempo e velocità, e noteremo immediatamente che l’io si allontana dai nodi esperienziali e spaziali a tal punto da perderli dal suo punto d’osservazione privilegiato. I primi due citati portano l’io a muoversi con maggior velocità cinetica e con minori tempi intermedi di elaborazione. L’io perde, per sua natura, l’esperienza e lo spazio vedendoli allontanarsi da sé pur non muovendosi nel nostro ring del pensiero e, conseguentemente, attratto dai due poli dominanti T e V, comincerà a stabilizzarsi in un’orbita antropologica che delinea l’essere nel calcolo puramente temporale e nel minor percorso possibile. Pensateci: quante volte avreste voluto restare fermi per osservare meglio ciò che di reale offre lo spazio e quante volte avremmo voluto spingerci verso un’analisi per codificarla in esperienza umana, intersecandosi con infinite ancore chiamate istanti? Non seguendo le logiche capitalistiche dello sviluppo dell’io, mi trovo a dire e ad analizzare che tale triangolazione ci riporta alla performance, alla carriera, al problem-solving economicamente avvincente, perché in poco tempo e in pochi “step” l’io è al centro di una realtà, che essa sia un problema da risolvere, un’opera da creare, un’idea creativa da generare, a fare la spesa, fino a pagare le tasse in Posta, con la maggior velocità possibile a fronte del minor tempo speso. Perfetta deumanizzazione dell’ánthropos.
Provate ad immaginare i social media e gli articolati algoritmi che determinano la nostra esperienza nel mondo del digitale e quali risultati a livello esperienziale poi portano nel tutto, per delineare un non-tutto. Il mondo che ci circonda ci parla chiaramente, dalla distanza, ma ci continua a parlare.

Fig. 3 Esperienza e spazio
Proviamo a ribaltare la situazione e concentriamoci sul nostro ring del pensiero ponendo il nodo E (esperienza) e il nodo S (spazio) come centro attrattivo del nostro e del vostro Io. Ci troveremmo in una forma profonda di analisi del reale che circonda l’atto creativo ma, in contrapposizione, rischieremmo di finire “fuori ritmo” e fuori “sincro” rispetto alla naturale temporalità dell’atto stesso. Un serpente che si mangia la coda.
La velocità risulterebbe come un dedalo di step spesso offuscato e reso torbido dalla miriade di informazioni sensibilmente elaborate dal reale e disconosciute provenienti dal non-reale ed esso, il non-tutto, rischierebbe di avere la meglio rendendo così il pensiero creativo sospeso in un limbo temporale fatto di stalli, d’infiniti e ciclici crearsi e distruggersi per poi palesarsi in un ripetitivo “status delle cose” dalla natura statica. Non c’è cosa più dolorosa per una persona che studia l’irrealtà come via di fuga creativa, perché la condizione presentata letteralmente affoga in un mare di incertezze evolutive il movimento verso la realizzazione nel tutto del non-tutto. Un altro serpente che si mangia la coda. Ancora. Il tempo e la sua sorella velocità si ritrovano ad essere dei nodi fondamentali per mantenere l’io nel reale così da, conseguentemente, non farlo sprofondare oltre confini che non riguardano l’essere umanoide.
Si pensi alla creazione di miti, religioni, credi e dogmi che hanno fatto sì che ancora ad oggi determinati pensieri, azioni e status non vengano in alcun modo presi in considerazione da chi, a mo’ di mantra, ripete ferocemente: “Sei ancora giovane per capire”. Drammatico!

Fig. 4 Tempo ed esperienza
Qui il ring si complica avendo col nodo T il tempo e come nodo E il fattore esperienza da considerarsi ora centri nevralgici del nostro balzo creativo. In questo caso il tempo, dominando come forma convenzionale, si interseca con l’esperienza e quindi l’analisi del reale e del cosiddetto tutto genera un io estremamente elaborato nella sua percezione, specialmente per le persone osservatrici all’esterno del ring. Qui troveremo una singolarità lenta e distaccata, fatta di innumerevoli punti intermedi nel tempo e poco analizzante rispetto al mondo circostanziale e se possiamo dire, con oggettiva analisi, che il tempo non è nient’altro che una convenzione umanoide, il crash del sistema antropologico è dietro l’angolo: chi sono io se non esisto nello spazio? Perché se da una parte si creerebbe un’entità saggia ed acuta, che distrugga quelle che sono le convenzioni antropologiche del tempo, dall’altra osserveremo un’entità distaccata e fin troppo aliena dal reale spazio come luogo condiviso per la collettività osservante. Da questo schema nascono atti di irrefrenabile non-realtà come il Dada e molti altri, affermatisi solamente nel momento in cui l’io collettivo ed osservante si riposiziona in maniera più o meno equilibrata fra lo spazio e la velocità d’analisi. Allora lì e solamente lì, in un’asse del tempo diversa dal presente e dal concetto di “ora per sempre”, si comprendono i moti creativi umanoidi che portano il non-reale in un nuovo reale. Una delle strade più tortuose. Da considerarsi, tendenzialmente, sempre postume all’atto effettivo nel reale. Senza lo spazio non può esistere velocità. Senza spazio manca il coefficiente del determinismo che ci porta alla parola reale. Eccoci alla nostra prima ed ufficiale negazione radicale. Eureka.

Fig. 5 Velocità e spazio
La cosiddetta sindrome del moscerino della frutta: veloce nel determinare ogni istante nello spazio circostante ma senza esperienza e senza tempo per convenzione umanoide. Veloce nel muoversi d’istante nello spazio ma senza contemplare il fattore tempo e senza quello esperienziale. In questa nuova analisi del nostro ring ci troviamo, a mio personale avviso, nella condizione più grave e più arida della creatività. Vi presento l’intelligenza artificiale come concepita ora. L’esperienza, lontana dalla sua funzione attrattiva, risponde in maniera ovattata alle domande temporali dell’asse T che si scontra con l’intermediazione e con la priorità dell’istante e dello spazio in cui mi trovo.
Qui l’essere considerato io si annulla in un’arida landa desolata a cavallo fra la produttività nel luogo in cui esso si trova e fra il presente inteso come tangibilmente determinabile. Una perturbazione contro la creatività invaderebbe l’esperienza ponendola in un “veloce passare del momento” ed altresì il tempo sfuggirebbe dall’osservazione della singolarità denominata io, vedendolo svanire in un moto perpetuo alla ricerca dell’atto, dell’happening o, come direbbero i padroni di qualche agenzia di comunicazione, in “produttività istantanea”. L’io verrebbe perciò spazzato via dalle continue stimolazioni di altri io che, malevolmente, lo utilizzerebbero per compensare il loro centro gravitazionale fin tanto che lo stesso, ormai accerchiato dal “tutto ora, per tutto qui”, muterebbe in un essere inutile o sostituibile. Il tutto causato da un’attrattiva debolmente stabile nel ring sia individualmente sia collettivamente e quindi di facile invasione malevola di altri quadrilateri.
Vi è mai capitato di sentire frasi come: “Se te ne vai via tu, c’è una coda infinita di persone che prenderà il tuo posto!”? Eccoci nella nostra tremenda quanto arida realtà. Siamo delle monoposto che sfrecciano su un circuito per il benestare di televisioni e star-system o siamo ciò che esplora, decodifica, analizza, rielabora e propone per il nuovo tutto, per il nuovo reale? A voi il tecnoumanesimo. Una tragedia antropologica che svilisce nel suo completo l’io per sopperire a mancanze di profitto ciò che di più indeterminato c’è in questo reale, in questo tutto: l’essere umano. Se vi sentite in questo ring, scappate. Non giocate a questo gioco perché, come cita la teoria dei Grafi, nota per essere statisticamente ed ignobilmente fredda, sei tu il nodo sacrificabile per mantenere la catena delle priorità nel “successo” e solamente per l’interazione a fronte di una conversione chiaramente nota nello spazio e quindi replicabile, non unica, non singolare, non reale. Qui sei in vendita al miglior spazio pensando il meno possibile. Qui sei un moscerino della frutta del capitalismo dell’immagine e della produttività creativa. Scappa!

Fig. 6 Spazio e tempo
E se spostassimo ora i nodi Tempo e Spazio nel polo gravitazionale e creativo del nostro io, cosa capiterebbe? Conseguentemente ai primi stimoli creativi, attraverseremo lo spazio con priorità assoluta nel minor tempo possibile non curandoci dell’istante, riducendolo così ad uno stallo laborioso nel momento, ma nebbioso se non disturbante (in senso negativo del termine n.d.a.) per l’attimo esperienziale. Lo spazio si porrebbe in una descrizione del tutto analitica e deumanizzata, basandosi sulla percezione solo ed esclusivamente del reale, lasciando perdere il non-reale.
Per questo ci vuole l’attimo e l’esperienza, come teorizzato da me medesimo qualche pagina fa. Vi presento l’imprenditoria: quella feroce, quella virulenta, quella che sfrutta senza se e senza ma. I lati di forza sono chiari: da una parte un’importante analisi dello spazio circostanziale e quindi del reale che, assieme ad un’azione tempestiva e di rapida esecuzione nella sua convenzionalità collettiva, sradica l’attimo e l’esperienza tifando per il mantra “ora è meglio che per domani”. Qui di serpenti che si mangiano la coda si abbonda. Ma è il bello, il brutto e l’emblema della negazione radicale.

Fig. 7 Esperienza e velocità
Qui le cose si fanno serie. Forse troppo. Poniamo ora come centri attrattivi la velocità denominata come nodo V e l’esperienza denominata come nodo E. Troveremo l’estrema analisi dell’attimo, del momento che c’è, esiste perché è già realmente sfuggito lontano dall’io, verso quella che denominiamo non-realtà. Troveremo una fortissima esperienza ed un’analisi dello stesso atto momentaneo attenta e profonda ma ci perderemmo inesorabilmente nello studio dell’“attimo” e non nel suo insieme che comprende altre interpolazioni ed altre sensibilità come l’insieme reale fatto di convenzioni temporali condivise relative al “tutto” chiamato spazio. È un moto creativo che allinea la singolarità chiamata io verso l’oltre e non verso l’ora. Io contro il presente, il concetto di qui, contro la convenzione dell’in questo momento. L’asse umanoide che porta alla sedimentazione dell’esperienza non sarebbe più collettiva bensì individuale e porrebbe la singolarità presente nel rombo come fuori dagli schemi di un mondo che determina l’io nella produttività temporale e spaziale.
Un vero casino. In alto la bandiera della creatività senza tempo e spazio! Ed ora, preposte le principali casistiche, vi propongo la magia della negazione radicale. Giungere alla fattuale verità: che io esisto.

Fig. 8 L’io creativo
Vi presento noi, io e te che stai leggendo questo mio trattato. Che ti dondoli assieme a me sopra questa altalena che toglie il fiato. Fossimo macchine ed elaboratori informatici, tale mio trattato non sarebbe mai iniziato. Ma chi la vuole trovare una fine? Mi basta e ci basta un inizio. Noi. L’io che compone il noi grazie all’arrivo del libero arbitrio. Su tale elemento antropologico e filosofico si sono stampati ed iscritti chilometri e chilometri di carta e l’eternalismo, da Gödel fino ad arrivare ad Einstein, fa a pugni con ciò che è determinato e ciò che può essere controllato. Un volo pindarico in contrapposizione fra il “tutto esiste ed è così come deve essere” contro il “tutto va attraversato grazie alla libertà di scelta del protagonista” che osserva, che vive, che muta e che, banalmente, si trasforma.
La domanda si infrange però su una teoria tanto magica quanto enigmatica nel nostro condiviso “tutto”, ovvero: “Dio non gioca ai dadi!”. Così tuonava Albert Einstein nei suoi studi, prima tedeschi e poi americani. Facile giocarla così, carissimo, anche perché il determinismo non puoi “inserirlo nel ring” della creatività, che è esperienzialità soggettiva nella creazione e nella sua conseguente messa in vita, come farebbe, per esempio, una “stupida” AI. Se la materia compone noi stessi e se noi stessi ne siamo soggetti alla sua evoluzione e trasformazione nel tempo tanto da esserne privilegiati osservatori ed osservatrici, chi siamo noi se non i migliori e peggiori creativi di noi stessi nel determinismo da te preposto ai dadi?
E allora in questa osservazione beviamo ferocemente dalla fonte del non-reale o del non-tutto per colmare l’inevitabile costruirsi del tutto che si tramuta in realtà individuale e poi in realtà collettiva. Un altro serpente che si mangia la coda. Ma che ora si sazia. Si sazia nello spazio, nell’esperienza, nel momento e nell’attimo come nello spazio da noi stessi generato ove troviamo che l’asse del nostro ring si trasforma radicalmente generando così un cubo espandibile all’infinito ove i poli non diventano più quattro bensì otto. L’io si trova per sua nascita in una posizione del tutto imprevedibile nel suo spettro creativo. Si muove in tutte le direzioni creando, direttamente ed indirettamente, ulteriori infiniti piani tridimensionali ove, grazie alla spinta della non-realtà o tu l’avresti chiamata forse non-materia, si crea e si osserva dietro a quel lenzuolo steso al sole di fine maggio, in un’infinita danza umanoide fra ciò che è reale e ciò che non lo è. Fra chi gioca ai dadi come noi e chi ha già in mano la partita prima di cominciare, come te.
Voi non li chiamate: ieri, oggi e domani. Ma per noi, esseri umani senza un’entropia tecnocentrica, che lottiamo per il non-tutto per portarlo nel tutto, per far sì che le storie e le avventure creative di grandissime artiste ed artisti da me descritti in alcuni abstract precedenti possano vivere senza tempo, senza attimi, senza spazi e senza esperienze, ci troviamo a dire: per me, per te, per loro. Questa è la mia negazione radicale.
A voi il successivo no per portare ancora più a fondo tutto ciò. Io non ci riesco. Per me, e spero anche per tante e tanti di noi, tale mio volo verso il profondo possa essere una realtà presto senza alcuna dimensione, dalla quale rifondare un rapporto essere umano-macchina che metta al centro l’io, per il noi, per il tutto, senza così scaricare nel nostro “Dio Tecnologico” le frustrazioni di orbite antropologiche anti-umane. Per trasformare un giorno quel cubo in una sfera con infiniti punti, sapendo che se meravigliosamente ci perdiamo in questo oceano immenso, la nostra stella polare sia solo un altro ignoto e curioso fattore da scoprire tutt-, tutte e tutti insieme. Nel non-reale. Nel non-tutto. Da dove arriviamo noi. Torniamo ad esplorare i confini della nostra creatività prima che il tecnoumanesimo si tramuti in tecnodemocrazia per finire in tecnodittatura contro l’impossibile.
Fonti d’ispirazione
Paul Virilio — Velocità e politica
Hartmut Rosa — Accelerazione e alienazione
Bernard Stiegler — La tecnica e il tempo
Byung-Chul Han — La società della stanchezza
Henri Bergson — L’evoluzione creatrice
Walter Benjamin — L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
Jean Baudrillard — Simulacri e simulazione
